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Dal giornalismo degli algoritmi al giornalismo iperlocale

18 Nov Posted by in Uncategorized | Comments

glocal2016

Qualche giorno fa abbiamo appreso il risultato sorprendente delle Presidenziali americane, dove tra i meriti di chi ha vinto c’è stata la capacità di intercettare meglio il sentiment delle piccole cittadine e delle periferie.

Ragionevolmente entrambi gli staff avevano raccolto big data a sufficienza per capirlo, ma qualcosa a livello di analisi non ha funzionato.

Sono quindi piovute critiche sulle piattaforme come Facebook e Google per aver “alterato” la percezione attraverso algoritmi che costruiscono le cosiddette “filter bubbles” intorno a ogni utente e che, talvolta, suggeriscono informazioni non verificate, quando non del tutto false.

Pare addirittura che “fantomatiche” policies interne di Facebook spingano volutamente tipologie di contenuti che puntano alla pancia degli utenti.

Statistiche alla mano, in questo caso le notizie fake sono state quelle che hanno generato il maggior engagement con i lettori.

Mesi fa, al contrario, Facebook aveva ricevuto critiche unanimi quando era trapelato che uno staff di un centinaio di persone filtrava e veicolava le notizie di tendenza, quindi alterando la neutralità del mezzo.

Per evitare scollature con le realtà locali, intercettare i mood e fornire informazione di qualità, è essenziale oggi più che mai ricostruire il legame di fiducia e di partecipazione tra giornalismo e comunità nel territorio di riferimento (che, se non esiste, va cercata).

Qui si aprono quindi opportunità interessanti per il giornalismo iperlocale, che in Italia sta vivendo un momento di difficoltà (come testimoniato dall’indagine ANSO di qualche mese fa).

Anche per questi motivi in questi giorni seguirò con particolare interesse il Festival Glocal, che ogni anno da Varese ci aiuta a connettere i punti, tirare le somme e trovare nuovi spunti (oltre a farci conoscere persone interessanti), a partire da “Networking: linguaggi, tempi e poteri dell’informazione permanente“, il panel di ieri sera con Derrick De Kerckhove e altri.

Da questo panel, in verità, mi aspettavo un taglio più antropologico che filosofico (non da Derrick, ma altri). Che tentasse di spiegare il presente e disegnare gli scenari futuri, piuttosto che prenderla alla lontana (troppo lontana), tornando indietro di un secolo (peraltro, confondendo Matteotti con Andreotti). In compenso, mi aspetto molto dalle sessioni da qui fino a domenica.

 


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