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La mia Perugia

09 Mag Posted by in Uncategorized | Comments

palazzo-priori

Cos’è un festival se non la somma di esperienze personali? Se poi si tratta del Festival del Giornalismo di Perugia, le esperienze sono spesso anche personalizzate.

Qui parlerò della mia, ma non dei contenuti dei singoli panel: mi limiterò a considerazioni di carattere generale.

Come nelle ultime edizioni, si è parlato, tra le altre cose, di precariato e dell’attribuzione di valore a ciò che si produce sui media digitali. La novità però è costituita dall’ampio spazio dedicato al crowdfunding e dal grande interesse che si è creato intorno, segnale che si sta entrando in una fase di evoluzione, dove dalle critiche si passa a iniziative concrete.

Non sono mancate le polemiche, come quelle sul lavoro non retribuito, con successivo sbobinamento dei video per verificare se “l’ha detto…non l’ha detto”.

Per me importa relativamente perché alla fine contano i fatti, non le parole. Per esempio, quali politiche retributive applicano le singole testate in casa propria. A tal riguardo, auspico iniziative editoriali in cui il lettore possa scegliere le proprie fonti di informazione anche sulla base di principi etici e di trasparenza delle testate, magari rendendo pubbliche le retribuzioni minime applicate ai propri collaboratori. Un po’ come i palloni da calcio non realizzati da bambini del terzo mondo o i prodotti alimentari con processi produttivi e distributivi controllati.

Non è perciò tanto importante ciò che siamo e come la pensiamo, quanto come ci comportiamo.

Lo stesso vale per la presa di posizione sui diritti LGBT e la comunicazione omofoba, di cui si è parlato con Anna Paola Concia e Francesca Fornario. Anche da etero o con una diversa visione sull’argomento, non si può prescindere dal rispetto per gli altri e dalla parità di diritti, oltre che dalla libertà di espressione e partecipazione alla vita in comune. La libertà di espressione non può essere selettiva, per coerenza.

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Di libertà di espressione si è parlato anche riguardo alla voce che i social media hanno dato ai movimenti di protesta in tutto il mondo o alla partecipazione dei cittadini alle scelte politiche del Paese. Non è però tutto rose e fiori: infatti, si è parlato anche degli effetti correlati alla diffusione dei social media, come censura, whistleblowing, protezione della propria identità digitale e normativa sul reato di diffamazione.

Alla figura del giornalista puro (che nel frattempo sta acquisendo competenze differenziate sui social media) si aggiunge quella del citizen journalist e del data journalist, anche se per compiere “atti di giornalismo” c’è indubbiamente bisogno di competenze e risorse di vario tipo che il giornalista da solo raramente può avere. Progetti e inchieste complesse nascono spesso dall’integrazione del lavoro di figure eterogenee.

In questo contesto, i dati sono sempre più presenti e importanti: molte inchieste non esisterebbero se alla base non ci fossero dati raccolti in formato digitale. Di data journalism, mappatura, open data e big data si è parlato infatti molto e si sono tenuti parecchi workshop per imparare a destreggiarsi in questo ambito.

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Dicevamo che si stanno diffondendo forme nuove di giornalismo, come civic journalism e citizen journalism, in cui la comunità si sente fortemente coinvolta. I panel su queste iniziative sono stati tra i più seguiti e twittati di tutto il Festival.

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Come al solito, l’evento si è arricchito delle esperienze provenienti da tutto il mondo e dalla condivisione delle stesse. Il travaso però è anche culturale: può essere notevole la differenza tra persone di nazioni differenti e la contaminazione reciproca è indubbiamente un aspetto positivo. In Italia persone e strutture nate con l’informazione tradizionale faticano ancora ad accettare i nuovi paradigmi e a integrarsi in questo nuovo modo di comunicare, in parte a causa della paura di perdere il controllo su ciò che una volta era di esclusivo appannaggio. In Italia purtroppo (per loro) invece resistono ancora i giornalisti del “non ho tempo per te…compra il mio libro”, mentre altri (per fortuna) nel frattempo quel libro forse non l’hanno comprato ma sono riusciti a farsi apprezzare anche fuori dai confini nazionali.

E’ palpabile questo distacco che alcuni giornalisti mantengono verso i propri lettori, anche se questi ultimi da tempo non sono più soltanto lettori ma attori. E’ anche per questo che, personalmente, ho apprezzato vedere che giornalisti stranieri in odore di Pulitzer si ricordano di te dopo due anni e che conversano con te come se fossi amico di lunga data.

 

 

 


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