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La School of Management del Politecnico di Milano ha effettuato uno studio sulla penetrazione del Web 2.0 all'interno delle aziende italiane.
Ne è emerso un quadro paradossale: infatti, pur essendo tutti gli intervistati convinti che nei prossimi anni il modello di Social Enterprise sarà quello vincente, di fatto il 70% di loro ha dichiarato di essere poco interessato a questi nuovi paradigmi.
Infine, pochi tra gli intervistati ammettono di conoscere gli strumenti tipici del Social Network, mentre ancor meno sono quelli che dicono di utilizzarli.
L'altra settimana, in occasione del Media 2.0 Expo a Milano, avevo sentito anch'io questi dati (anche la percentuale dei CIO è in linea con quella del CEO).
Trovo molto grave che chi deve disegnare le strategie di un'azienda non riesca a comprendere le opportunità offerte dal web 2.0.
La mia impressione, che avevo già esposto mesi fa a Layla Pavone, è che le aziende in Italia NON vogliono il web 2.0, sia al loro interno che nei rapporti con i propri clienti.
Le aziende (non tutte ma in larga maggioranza) NON vogliono mettersi sullo stesso piano dei dipendenti e dei clienti, non vogliono "ascoltare", sanno comunicare ma non sanno dialogare.
Le aziende hanno paura di mettersi in discussione, accettando anche critiche e dissensi.
Le aziende hanno paura di creare "emergency state" a fronte di opinioni negative presenti sul web anche solo per poche ore.
Le aziende non hanno capito che DEVONO presidiare (altro concetto esposto al Web 2.0 expo) anche le discussioni negative.
Se io cerco informazioni su problemi legati ad un prodotto tramite un motore di ricerca, in cima alle serp quasi mai comparirà un link ufficiale dell'azienda che lo produce, ma solo i commenti negativi degli utenti; saranno quindi questi ultimi (i cosiddetti opinion leader) a condizionare le scelte di acquisto degli altri utenti.
Non è da sottovalutare nemmeno l'aspetto che uno dei plus offerti dagli strumenti del web 2.0 è quello di poter MISURARE finemente i risultati, a differenza di quanto avviene con i media tradizionali.
Purtroppo capita spesso di imbattersi in figure aziendali che preferiscono "interpretare" i risultati della propria area di competenza.
Concludo dicendo che un aspetto non di poco conto e molto dibattuto è quello di individuare CHI all'interno di una azienda debba sovraintendere alle strategie legate al web 2.0.
Marketing? IT? Area commerciale? La verità è che nessuna di queste aree, da sola, ha le competenze per affrontare questa sfida da sola.
Io a riguardo condivido pienamente l'idea di Marco Camisani Calzolari, che ipotizza una nuova struttura parallela e con risorse eterogenee all'interno delle aziende.
Però voglio proprio vedere quali aziende avranno il coraggio e la saggezza per affrontare una riorganizzazione interna di questo tipo.
Chi non saprà cogliere le opportunità e rinnovarsi, tra qualche anno si ritroverà inesorabilmente tagliato fuori dal mercato.
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