Un mondo perfetto

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Martedì 13 Ottobre 2009 14:00


 
Scegliere di avere una presenza online comporta un cambiamento radicale delle nostre abitudini.
Se da una parte l'approccio non può essere affatto quello che avevamo fino a ieri con persone, canali, contenuti e strumenti, dall'altra dobbiamo assolutamente essere consapevoli che esiste un mondo che tenta di rigettare il nostro cambiamento.
 
Infatti, in un mondo perfetto la nostra sovraesposizione sul web, come persone, non sarebbe un problema ma un'opportunità.

In un mondo perfetto non ci sarebbe la censura sul web, ma nemmeno l'autocensura.

In un mondo perfetto le persone si sentirebbero libere di esprimersi sui propri blog, senza preoccuparsi del fatto che chi le legge potrebbe fare un uso distorto dei loro contenuti. 

In un mondo perfetto le persone userebbero senza timore la propria foto come avatar.

In un mondo perfetto le persone si registrerebbero ai vari servizi web rendendo visibile anche il proprio nome oltre al nick.

In un mondo perfetto non ci sarebbe bisogno di apporre lucchetti sui propri account dei social network.

In un mondo perfetto le funzioni di blocco di account altrui e di revoca di sottoscrizioni ai nostri contenuti sarebbero inutili.

In un mondo perfetto non ci sarebbe bisogno delle moderazioni dei contenuti che pubblichiamo.

In un mondo perfetto gli sforzi spontanei per innovare sarebbero incentivati e premiati.

In un mondo perfetto le imprese ascolterebbero e accetterebbero parte della montagna di suggerimenti e di spunti provenienti dal basso.

In un mondo perfetto nessuno penserebbe di chiudere un proprio account web per motivi diversi dal mancato utilizzo, come per esempio il timore di essere perseguitati.

In un mondo perfetto nessuno si troverebbe mai nella condizione di dover scegliere se l'abbandonare ciò che gli piace, l'impiego del proprio tempo, la crescita sia umana che professionale, la frequentazione degli amici, oppure se rischiare di doverne pagare le conseguenze.

In un mondo perfetto tutti avrebbero uguali possibilità di accesso agli sterminati contenuti della rete e di creazione di relazioni che possano creare valore aggiunto.

In un mondo perfetto non ci sarebbe un'informazione di serie A e una di serie B, un'informazione online e una offline, ma semplicemente l'informazione.

In un mondo perfetto il contraddittorio sarebbe visto come un'opportunità per confrontarsi con realtà diverse dalla nostra e per crescere reciprocamente, senza divisioni di carattere politico, religioso, etniche, sociali, geografiche o di altro tipo.

In un mondo perfetto le tecnologie per l'accesso al web, almeno quelle essenziali, sarebbero disponibili per tutti a costi accessibili.

In un mondo perfetto i media tradizionali comprenderebbero meglio l'importanza di adeguarsi ai cambiamenti per non subirli quando sarà troppo tardi.

In un mondo perfetto non ci sarebbe bisogno dell'intervendo del legislatore per regolamentare, magari in modo goffo e maldestro, le dinamiche comportamentali degli utenti della rete, specie se mal consigliato da chi la rete non la frequenta e non la conosce.

In un mondo perfetto non ci sarebbero competitività, invidia, paura di cambiare, paura di innovare, paura di rischiare, paura di imparare, paura di aiutare.
 
In un mondo perfetto non ci sarebbe paura di condividere le proprie idee e le proprie conoscenze, perché le idee non condivise sono inevitabilmente destinate a invecchiare rapidamente, molto più rapidamente del suo detentore, mentre il resto del mondo avrà nel frattempo mutato le proprie esigenze e sviluppato conoscenze più avanzate.

In un mondo perfetto non ci sarebbe ignoranza ma ci sarebbero solo persone e cose nuove da scoprire.
 
 
Questo però non è un mondo perfetto, ma io me lo tengo stretto proprio per questo motivo, perché quotidianamente ho l'opportunità di affrontare nuove sfide, sempre più stimolanti, tentando di raggiungere un'utopica perfezione.
 
In un mondo imperfetto è possibile trovare una ragion d'essere ed essere premiati per quanto riusciamo a migliorarlo.

In un mondo imperfetto è possibile usare in modo consapevole le contromisure opportune per difendersi ma contemporaneamente riuscire a esprimersi in modo efficace e vivere serenamente.

Almeno, io ci provo.

 
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Commenti
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catepol  - Ti leggo!     |151.67.240.xxx |27.10-2009 17:36:22
Già lo sai :-) (ti leggo nel senso di ti leggo in un microfono con la mia voce)
Roberto     |87.241.52.xxx |27.10-2009 18:44:07
Che emoziooone!
Non vedo l'ora di ascoltare la tua lettura!
Grazie
Slow     |79.54.143.xxx |27.10-2009 22:03:16
Malgrado (...) la prossima lettura catepollitica, ma soprattutto (sul serio) la sua destinazione, è con particolare spontaneità che mi preme osservare, a cominciare dal fondo, che preferisco di gran lunga un mondo imperfetto, anche se non necessariamente quello che
condividiamo. Intanto perché come dici tu le difficoltà che presenta sono uno stimolo, e poi perché un mondo dalla presunta perfezione potrebbe non dover mai smettere di ambire a sempre nuovi e diversi paradigmi di perfezione, tanti quante sono le teste che li
possono concepire.

I presupposti della tua idea di perfezione su cui personalmente dissento non sono pochi. A parte la differenza di vedute sulle modalità e l'esigenza non dico di una censura ma di una qualche forma di vigilanza, per quanto complicata, sui contenuti
in circolazione sulla rete, c'è il problema dell'identità. Per alcuni un avatar diverso da una fototessera o un ritratto può essere espressione di creatività o indice della volontà di ricerca di un particolare approccio con gli altri utenti, specialmente se dei
social network, e non è detto che questo sia strettamente funzionale all'intento di mantenere un anonimato, perché è possibile ad esempio voler consentire una scoperta graduale e indiretta della reale identità. Sai già cosa penso degli account lucchettati, del
ritiro delle sottoscrizioni e di quella degenerazione allo stato mentale prenatale comunemente nota su Friendfeed con il termine 'block': giocattoli per gente immatura, arrogante, priva di argomenti e incapace di discutere, quindi sostanzialmente ignorante. Ammetto
qualche giustificazione solo per il lucchetto.

Quanto ai suggerimenti dal basso, penso che debbano servirsene non solo le imprese ma un po' tutti, ovviamente sulla base di una selezione accorta in considerazione dell'oceano di vuoto pneumatico dominante tra le fonti e
tenendo conto del loro valore effettivo a prescindere dalla a volte solo presunta autorevolezza, e di riflesso che è un errore continuare a considerare i social network e il Web 2.0 come uno strumento di prevalente o esclusiva pertinenza da una parte della
distribuzione di news e dall'altra del marketing e della comunicazione intesi come teorizzazione autoreferenziale e fine a se stessa (oltre che alla imprenditorializzazione delle esistenze, tramite ubiqua creazione di mediocri startup o forme aggregative ad esse
finalizzate o assimilabili), anziché come potente mezzo di scambio di idee eventualmente non prive di una certa consistenza, a qualunque campo del sapere umano esse afferiscano.

Sulla separazione tra tempi dell'amicizia, del lavoro, del tempo libero e via dicendo sono
piuttosto all'antica, perché mi sembra un presupposto importante per preservare il rispetto delle competenze e la professionalità di ognuno di noi. Anzi, trovo eccessivo il mescolamento facilitato dalla situazione attuale da questo punto di vista. E con questo non
intendo dire che non ci si debba divertire lavorando o smettere di usare i social network in mobilità (e neanche sul posto di lavoro), ma che magari per farlo non si debba esattamente attendere di non essere spiato dal capoufficio. Sulla competitività dissento, la
trovo un fattore essenziale di crescita personale e sociale che permette di gratificare le diverse attitudini individuali appartenenti a uomini e donne che, piaccia o no e grazie a Dio, lungi dall'essere una marmellata indifferenziata a base di omologazione di
capacità, diritti e doveri, sono tutti diversi tra loro, e come tali possono determinare i propri percorsi di vita in maniera differente. Il tutto, ovviamente, a condizione che la competitività non porti a dimenticare il rispetto reciproco e le regole di base della
pubblica convivenza.

Concordo su tutto il resto. In particolare, del cambiamento penso che la paura nei suoi confronti sia biologicamente connaturata all'essere umano, e che questo sia un positivo portato dell'evoluzione: solo la paura del nuovo può creare la tensione
che ci permette di migliorarci, a condizione che la paura non diventi panico (e lì sono dolori). Sull'importanza della condivisione di idee e conoscenze, lo ammetto, il web e il Web 2.0 mi hanno cambiato molto...
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 12 Febbraio 2010 11:18 )
 

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