
Ogni tanto mi capita di leggere qualche post che suggerisce alle aziende l'uso di forme di comunicazione come
Twitter.
In questo post ipotizzerò un
utilizzo alternativo di forme di microblogging (Twitter su tutte) per scopi diversi da quelli per i quali la piattaforma era stata pensata.
Ad esempio c'è Facebook che, come sappiamo, era nato pensando ad un certo utilizzo e poi è diventato il social network n° 1 nel mondo per via delle caratteristiche che si prestavano anche ad altri ambiti.
Una delle funzioni principali di Twitter è la
gestione degli stati, meglio nota come “
What are you doing?”, in cui si indica ai nostri contatto cosa stiamo facendo in quel momento.
Una cosa che non ho mai capito è come mai Twitter definisca “stato”, cioè una condizione statica di un oggetto del mondo reale, per definire un'azione (what are you doing, appunto), quindi una condizione dinamica, la transizione da uno stato ad un altro. Mah.
Ovviamente, perché il messaggio abbia senso, occorre tenere aggiornato lo stato con una
frequenza minima.
Su Twitter è possibile trovare stati vecchi di giorni (come se il gestore di quell'account incessantemente non abbia fatto altro nel frattempo), altri che riportano ogni minima azione di chi la compie (tipo “mangia”, “pensa”, “ride”, ecc), oppure altri ancora di tipo scherzoso (tipo “aggiorno lo stato su Twitter”).
Immaginiamo ora un'azienda di certe dimensioni che introduca Twitter come strumento per la gestione di una parte della comunicazione interna.
Ai dipendenti spetterebbe il compito di aggiornare il proprio stato in corrispondenza di attività rilevanti.
Pochi aggiornamenti di stato equivarrebbero ad altrettante attività svolte (che però non significa avere lavorato poco, ma solo di avere svolto attività poco diversificate).
Maggiori sono
la frequenza e la granularità degli aggiornamenti e più importanti sono le informazioni trasmesse all'azienda; infatti un conto è dire “pianifico” e un altro è dire “pianifico le attività xyz per il progetto xyz”.
Troppi aggiornamenti di stato equivarrebbero ad una perdita di tempo per il diretto interessato (e di conseguenza per l'azienda), che passa più tempo a twittare che non a svolgere il proprio effettivo lavoro.
Aggiornamenti fatti in
ritardo rispetto all'effettivo svolgersi dell'azione possono dare una visione diversa dell'organizzazione del lavoro, soprattutto se l'azione viene analizzata in un contesto dove contemporaneamente all'interno dell'azienda si svolgono altre azioni direttamente correlate (utili per capire le dinamiche tra i vari reparti).
In questo modo l'azienda si ritroverebbe in mano un database preziosissimo per:
Per gestire al meglio queste informazioni l'ideale è estrarle da Twitter in formato XML ed inserirle in un db aziendale tipo Oracle, se già presente in azienda, oppure MySQL (gratuito).
Twitter infatti fornisce anche le API per fare ciò; in alternativa c'è la potente
ricerca avanzata di Twitter (non l'avete mai provata? E' il momento di rimediare!) oppure motori di ricerca di terze parti come
Tweetscan.com.
Infine faccio una considerazione importantissima su un aspetto che balza immediatamente all'occhio: la
privacy.
Come è noto, la privacy dei cittadini italiani (quindi anche dei dipendenti delle aziende) viene regolamentata dal D.Lgs 196/2003, su cui vigila il Garante per la protezione dei dati personali.
Questo decreto disciplina la raccolta, l'elaborazione, il raffronto, la cancellazione, la modificazione, la comunicazione o la diffusione dei dati personali.
Può quindi un'azienda introdurre strumenti di monitoraggi come quello sopra descritto?
La risposta è si, dal momento che i dati vengono raccolti in modo chiaro per il diretto interessato (è lui che li inserisce e che si fa garante della veridicità degli stessi) e che già ora i dipendenti delle aziende danno il consenso al trattamento dei propri dati.
Come si inquadra però il tutto con l'art. 1 dello stesso decreto, riportante “Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”?
Il diritto sui propri dati è differente dal diritto alla riservatezza, in quanto non riguarda solamente informazioni inerenti la propria vita privata, ma si estende in generale a qualunque informazione relativa ad una persona, anche se non coperta da riserbo (sono dati personali ad esempio il nome o l'indirizzo della propria abitazione).
Anche in questo caso il legislatore ci viene incontro, indicando che lo scopo della legge non è quello di impedire il trattamento dei dati, bensì quello di evitare che questo avvenga contro la volontà dell'avente diritto, ovvero secondo modalità pregiudizievoli.