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Fact-checking e buone pratiche di giornalismo

18 Lug Posted by in Uncategorized | Comments

C’è un filo comune che lega le false notizie dell’ischemia all’On. Di Pietro e delle auto blu soppresse da Hollande: entrambe sono circolate negli ultimi giorni ed entrambe sono state riportate frettolosamente da testate online di una certa visibilità.

Poi invece esistono anche alcune differenze: per esempio, la bufala su Hollande è tipica di quando inconsciamente vorremmo che una notizia fosse vera e perciò omettiamo il fact-checking che avremmo fatto in contesti diversi. In rete però ciò può avere conseguenze spiacevoli, quindi dovrebbe essere dedicata particolare attenzione alla diffusione di notizie di un certo tipo.

“Una bugia può viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora infilando le scarpe” – Mark Twain

E non esisteva ancora Twitter.

La frenetica rincorsa allo scoop può generare mostri e distrarre risorse dai problemi reali dell’informazione sui media digitali.

Durante il mio panel a Dig.IT. 2012 ho ricordato, tra le altre cose, che il ciclo di vita di una notizia è sempre più contratto e che si abbassano tempi e valore di uno scoop: secondo l’ex presidente di Associated Press erano 3 ore all’epoca dell’attentato alle torri gemelle, 30 minuti negli anni successivi e oggi – con Twitter e Facebook – siamo scesi addirittura a 3 minuti.

Questo però rende anche parecchio più problematico portare avanti buone pratiche giornalistiche come il fact-checking, per le quali ora sono richiesti nuovi metodi, strumenti e competenze.

Tweet first, verify later?

Esistono varie scuole di pensiero a riguardo: certamente andrebbe evidenziato se stiamo dando un’informazione non verificata perché non immediatamente verificabile, così come poi dovremmo farci carico di questa verifica per completare il servizio che stiamo fornendo alla rete.

Ritengo che sia sempre apprezzabile il lavoro di chi contribuisce a vario livello nella verifica alla fonte delle notizie in rete, anche qualora ciò non faccia parte della sua professione.

Contemporaneamente, non credo che all’informazione professionale serva prendersela con chi mette in circolazione notizie non verificate: notizie false e imprecise esisteranno sempre, quindi spetta alla deontologia di chi fa informazione professionale l’opera di verificare le fonti, di filtrare, di curare.

https://twitter.com/postoditacco/status/213715351068868609

 

Popolarità=affidabilità?

Per comodità si tende in genere ad associare la credibilità del contenuto all’affidabilità di chi lo condivide.

Infatti, non tutte le fonti di informazione sono ugualmente popolari e affidabili, anche se non è affatto detto che sia affidabile ogni notizia diffusa da una fonte affidabile.

Mentre la popolarità è un fattore oggettivo e può essere misurata (numero di fan/follower/retweet/click/accessi o altro), l’affidabilità è soggettiva e legata al valore percepito da ognuno di noi.

Una fonte è ritenuta affidabile all’interno della mia rete di relazioni, in relazione ai contenuti che solitamente visualizzo.

Non sempre però una fonte popolare viene percepita come affidabile, a volte per alcuni scivoloni sulla verifica dei contenuti (come nei due casi presi a esempio all’inizio di queste mie riflessioni) che possono anche condizionare le percezioni successive, altre volte invece per la maggiore fiducia riposta nelle persone che appartengono alla nostra rete di relazioni.

Il ruolo delle fonti cosiddette “affidabili” per ogni persona che rappresenta un nodo della rete è importante nel momento in cui può contribuire a semplificare enormemente il fact-checking collettivo.

Un esempio che ho fatto durante il mio panel sono stati i contributi come quello di @gluca in occasione del #terremoto.

 

Come verificare le informazioni online?

Se da un lato le testate mainstream non dedicano le risorse necessarie alle nuove esigenze del fact-checking, dall’altro possiedono una diffusa scarsa propensione a contestualizzare le notizie, quindi a fornire ai lettori elementi sufficienti per verificarle in modalità crowdsourced, probabilmente per un’altrettanto scarsa abitudine alla (o cattiva pratica di) collaborazione online (co-creation, co-checking, co-curation…).

A puro titolo di esempio, ecco una checklist che sarebbe consigliabile seguire:

Tra le domande che ci si dovrebbe sempre porre abbiamo:

  • Esistono link per risalire alla fonte, magari attraverso più passaggi?
  • I contenuti sono contestualizzati, per esempio da geotagging, orari o nomi?
  • Il contenuto dell’articolo è stato modificato?
  • Chi mi sta dando l’informazione? Viene ritenuta credibile da fonti che per me sono credibili?
  • Che altre cose pubblica questa persona? Sono contenuti di un certo peso?

E’ vero che Internet ci fornisce una marea di informazioni, ma lo è altrettanto che per verificarli ci mette anche a disposizione gli strumenti  necessari e ci mette in relazione con le persone giuste.

Quando curavo tweet durante la primavera araba, queste erano pratiche che applicavo prima di ogni singola condivisione e prima di ogni sottoscrizione di account da me ritenuti fonti preziose.

L’articolo su Di Pietro pubblicato e cancellato da L’Unione sarda l’ho recuperato attraverso la cache di Google.

 

In conclusione

La partecipazione mediata è una straordinaria opportunità per l’informazione online; può essere un pericolo solo se ignorata o mal compresa.

Partecipazione significa anche (soprattutto) maggiore coinvolgimento del lettore, che diventa così parte del processo di produzione e distribuzione di contenuti, questi sempre più commodity. Tutto questo avviene a tutto vantaggio del tempo speso sul medium, ciò che quindi andrebbe monetizzato.

 


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