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I dati non sono il problema ma l’anticamera della soluzione

12 Giu Posted by in Uncategorized | Comments

 

In questo momento tra il Ministro del Lavoro Fornero e l’INPS è duro scontro sui dati relativi al numero di lavoratori dipendenti identificabili come esodati ma che potrebbero godere ugualmente del trattamento antecedente alla firma del Decreto Legge sulla riforma del lavoro.

Il Ministro Fornero, a fronte di grandi differenze su queste stime – 65 mila lavoratori per la Fornero e 390.200 per l’INPS, ndr – parla di “diffusione irresponsabile di dati parziali e non spiegati, fatta con l’intento di danneggiare il Governo“, quindi di “Strutture da sfiduciare: se fosse un istituto privato salterebbero i vertici” e di “atto doloso“.

Già, gli esodati.

Se non fosse di origine incerta, direi anzitutto a colui che lo ha coniato che il termine “esodato” (di etimologia legata alla fuoriuscita degli ebrei dall’Egitto) è quanto di più infausto si potesse scegliere per definire “le persone di età tra i 50 e i 65 anni che si trovano nella condizione di aver lasciato il posto di lavoro per ristrutturazione aziendale, pur non percependo ancora la pensione“.

Non è chiaro infatti in base a quale logica si possa paragonare una fuga volontaria dalla sottomissione in schiavitù con una imposizione dall’alto.

Tornando invece alla diatriba iniziale, senza entrare nel merito di quale tra i due sia il dato più attendibile, per come la vedo io di solito i dati non sono il problema ma l’anticamera della soluzione.

Maggiori trasparenza e completezza di informazioni da parte di Governo e PA nei confronti dei cittadini non possono che ridurre eventuali polemiche sull’interpretazione degli stessi. E’ pacifico che i cittadini hanno possibilità di accesso ai dati e capacità di lettura degli stessi differenti, ma è anche pur vero che la disponibilità di dati grezzi in formato aperto (specialmente quelli che gli apparterrebbero di diritto) e la pluralità di chiavi di lettura possono abbattere questo divario e diffondere consapevolezza.

Eventuali problemi semmai risiedono a monte, nei fenomeni e nelle scelte che generano quei dati.

Qualche cittadino, leggendo i dati, si potrebbe per esempio porre degli interrogativi sui criteri adottati per l’esodazione.

Prendiamo per esempio qualche categoria “a caso” di lavoratori, visto che l’esodo presumibilmente riguarderà tutti indistintamente, senza sconti per nessuno.

Una prima categoria, composta da 630 componenti di età minima 25 anni.

Una seconda categoria è composta invece da 315 persone, dai 40 anni in su.

Per comodità, d’ora in avanti chiameremo con il nome di fantasia “Camera dei Deputati” la prima e con “Senato della Repubblica” la seconda.

Immaginiamo che siano categorie molto ma molto ben retribuite, sulla base del confronto con i compensi netti delle equivalenti categorie nel resto dell’Europa.

 

Oltre a essere quelli retribuiti meglio in Europa, sono anche tra quelli con l’età più avanzata: l’età media di deputati e senatori italiani attualmente risulta infatti rispettivamente di 54 e 57 anni.

E’ un dato che in fondo non stupisce più di tanto visto che, con una media di 59 anni, l’Italia è rappresentata in politica, economia e PA dalla classe dirigente più vecchia d’Europa (fonte Coldiretti).

Ben 157 deputati italiani oggi risultano avere oltre 60 anni e potrebbero essere potenzialmente esodabili.

Vista l’età avanzata, è lecito aspettarsi che ben presto i ricchi compensi di cui sopra si tramutino in altrettanto ricchi vitalizi, sempre che abbiano maturato i requisiti per accedervi, ovviamente.

Per esempio, se non erro, in UK per avere diritto alla pensione un deputato deve avere prestato servizio per 26 anni.

Vediamo invece come funziona in Italia.

Il trattamento economico spettante ai Deputati, come riportato dal sito della Camera, sotto la voce  “Pensione” viene così specificato:

“Con deliberazioni del 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012 l’Ufficio di Presidenza della Camera ha operato una profonda trasformazione del regime previdenziale dei deputati con il superamento dell’istituto dell’assegno vitalizio – vigente fin dalla prima legislatura del Parlamento repubblicano – e l’introduzione, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, di un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, sostanzialmente analogo a quello vigente per i pubblici dipendenti.
Il nuovo sistema di calcolo contributivo si applica integralmente ai deputati eletti dopo il 1° gennaio 2012, mentre per i deputati in carica, nonché per i parlamentari già cessati dal mandato e successivamente rieletti, si applica un sistema pro rata, determinato dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato alla data del 31 dicembre 2011, e di una quota corrispondente all’incremento contributivo riferito agli ulteriori anni di mandato parlamentare esercitato.
I deputati cessati dal mandato, indipendentemente dall’inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi. Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni.”

Attenzione ora a questo passaggio:

“Lo stesso Regolamento prevede infine la sospensione del pagamento della pensione qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale, sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale, ovvero sia nominato componente del Governo nazionale, assessore regionale o titolare di incarico istituzionale per il quale la Costituzione o altra legge costituzionale prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare.”

Peccato che attualmente tra gli ex-parlamentari ve ne siano ben 200 che percepiscono una ulteriore pensione da consigliere regionale, con una nonchalance e una ostinazione che lascia davvero perplessi non solo i lavoratori dipendenti ma qualsiasi cittadino comune.

Ma allora, come funziona questa storia degli esodati? Qualcuno vuole essere così cortese da spiegarla pure a me?

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