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Giornalisti, Twitter e il carro dei vincitori

21 Dic Posted by in Uncategorized | Comments

yearinhashtag

#yearinhashtag

 

Chissà perché, quando qualcuno realizza qualcosa di positivo e innovativo c’è sempre qualcuno pronto a saltare sul carro dei vincitori.

Questa volta è toccato a Year in Hashtag, lo splendido e impegnativo lavoro realizzato da @tigella, @ezekiel, @mehditek e altre persone in gamba.

Ecco tre punti di vista della stessa notizia:

quello di Arianna Ciccone, giornalista-blogger e co-fondatrice del Festival del Giornalismo di Perugia, nonché di Valigia Blu.

quello di Repubblica.it

quello di Corriere.it

Tre stili differenti, molto differenti.

Il primo, quello di Arianna, enfatizza gli hashtag con il grassetto, le fonti con gli hyperlink, riporta nomi/cognomi/nick di ogni persona coinvolta, arricchisce l’articolo con contenuti correlati presi da altri siti, intervista una dei principali artefici (Claudia Vago, cioè @tigella).

E mi piace.

Da sottolineare la chiosa di Arianna:

Year In Hashtag è un messaggio chiaro anche al mondo del giornalismo: “Sta cambiando qualcosa e chi sa come raccontarlo siamo noi. Siamo qui”.

Repubblica.it adotta uno stile più sobrio, inserisce un paio di link alle fonti (non agli account Twitter dei protagonisti), però riporta nomi e cognomi. Inoltre si riferisce agli autori come “alcuni tra i maggiori curatori di social media in Italia” (opinione che condivido pienamente).

Infine c’è la versione di Corriere.it: molto sintetica, un unico link (al sito), le persone citate con “nome-nickname-cognome” (che fa del nick una specie di nome di battaglia), nessun riferimento alla enorme mole di lavoro che vi sta dietro o al reale significato di questa brillante iniziativa, Twitter che viene definito (a mio modesto avviso erroneamente) “social network”. Non manca invece l’errore (“notizia più twittata” è ripetuto due volte, ndr), la classica svista. Ciò che invece non è una svista – dal momento che appare sia nel sommario che nel corpo – è la parola “giornalisti“.

Peccato che siano per lo più digital strategist, esperti di comunicazione in rete/digital journalism o attivisti digitali, peraltro tra i migliori in assoluto che io conosca e con parecchio da insegnare a molti giornalisti professionisti ma un po’ di ragnatele sulla tastiera.

C’è da scommettere che, se la notizia fosse stata negativa, Claudia e gli altri sarebbero stati magicamente menzionati come “blogger“, nell’accezione negativa del termine (a me invece fa piacere sentirmi definire tale, per dire), magari pure brufolosi, disadattati, comunicatori improvvisati, ladri di contenuti, hacker (anche qui con accezione negativa anche se il termine originale non lo è) e via discorrendo.

Eh no,  cari miei, troppo comodo!

Sbaglio? Troppo malizioso?

 


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