Lungo il proprio cammino, l’uragano Irene ha travolto anche il paywall del NY Times, calato deliberatamente dall’editore per facilitare l’accesso ai lettori.
L’accesso gratuito, oltre a fornire un servizio pubblico di indubbia importanza, è stato ripagato sia da un notevole incremento degli accessi che dai preziosi materiali che i cittadini fornivano alla redazione per contribuire alla diffusione delle informazioni in tempo reale, utilizzate anche per guidare i soccorsi.
E’ l’ennesimo esempio di crowdsourcing applicato al mondo dell’informazione, con i lettori che diventano anche contributori e apparentemente con vantaggio tutti i soggetti coinvolti.
La scelta del NY Times (che comunque non è stata l’unica testata on-line a fare una scelta simile in occasione del disastro) probabilmente è stata influenzata anche dal brusco calo dei lettori registrato da aprile in poi.
Quali sono stati i risultati?
Secondo Google, le ricerche di nytimes.com sono al livello più alto mai raggiunto dal gennaio 2010.
Secondo Alexa, c’è stata un’esplosione di utenti e del numero assoluto di pageview, contemporaneamente a un calo del rimbalzo.
Soprattutto donne, con buon grado di istruzione, di mezza età, dal luogo di lavoro. Un profilo piuttosto alto, diciamo.
Il 28% circa dei visitatori è arrivato grazie ai motori di ricerca, il 9,2% da Facebook, il 2,51% da Twitter e l’1,42% da YouTube.
Un visitatore su dieci era interessato al blog, mentre l’area di community ne ha raccolto solo l’1,28%.
Ora però deve cercare di mantenerli, visto che stanno nuovamente calando.



















