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London’s burning

10 ago Posted by in Uncategorized | 2 comments

Londra, un giovedì sera estivo come gli altri. La polizia conduce un’operazione nel quartiere di Tottenham.

Uno sparo. Mark Duggan, un ragazzo di colore viene colpito al petto dagli agenti. Era armato, ma sembra che l’arma non abbia sparato. Forse non ne ha avuto il tempo o forse non la impugnava nemmeno, chissà.

Il sabato successivo centinaia di conoscenti circondano la stazione di polizia per protestare e si verificano i primi scontri tra cittadini e forze dell’ordine; prima pacifici, poi violenti. La sera stessa viene aperta su Facebook una pagina commemorativa, a cui aderiranno decine di migliaia di persone.

Le violente proteste si estendono ad altre zone della capitale e ad altre città, come Birmingham, Liverpool, Nottingham, Bristol, Kent e Leeds.

fonte: BBC
Violenza, incendi e saccheggi: Londra non si era mai trovata in una situazione simile dal termine della seconda guerra mondiale.

Reporter e privati cittadini che tentano di documentare gli avvenimenti vengono aggrediti e tenuti alla larga dai rivoltosi, quando addirittura non si vedono sequestrare dalla polizia il materiale video-fotografico, anche se in violazione delle leggi.

Anche i giornalisti dei piccoli editori locali, grandi sconfitti della copertura mediatica di questi avvenimenti per non aver investito a sufficienza nel digitale, sono riusciti a pubblicare poco materiale, di bassa qualità e poco tempestivamente.

Nonostante ciò, le principali testate britanniche provano ugualmente a fare nel migliore dei modi ciò che abitualmente fanno in modo esemplare: il Guardian con il data journalism, la BBC con la curation e lo storytelling.

Il Guardian ci fornisce quindi i dati sugli arresti effettuati e la mappa degli incidenti, anche in versione interattiva.

La BBC offre la solita copertura a 360 gradi: una timeline degli avvenimenti, gli ultimi aggiornamenti in tempo reale, le foto degli edifici prima e dopo la devastazione, una sezione per acquisire le foto mandate dai lettori e molto altro.

Su Wikipedia compare la voce Tottenham riots; parla di un resoconto parziale di due morti, centinaia di feriti, centinaia di arresti, 16 mila agenti impiegati e decine di milioni di sterline di danni.

Diversamente da quanto sostenuto da parecchi media e dai commissari di polizia inglesi, io ho avuto la netta impressione che i social media in questo caso non abbiano avuto alcun ruolo primario nell’organizzare e coordinare i disordini, ma che siano stati invece utilizzati poco e in modo maldestro. Basti vedere alcuni tentativi su Twitter di scarso successo per spingere in massa le persone a creare disordini nelle strade, oppure l’ostentamento delle proprie foto a volto scoperto nell’atto di compere un saccheggio, queste ultime prontamente rilevate sia dai cittadini che dalla polizia, che ora le sta utilizzando per identificare le persone coinvolte.

Tra l’altro Twitter e Facebook non sono stati i canali più usati dai rivoltosi, ai quali ne hanno preferito uno più tradizionale come il BlackBerry Messenger, un sistema di messaggistica istantanea posseduto dal 37%  degli adolescenti inglesi, tracciabile non istantaneamente e con maggiore difficoltà, anche se all’atto pratico Scotland Yard ha ugualmente trovato il sistema per identificare i partecipanti a queste conversazioni.

Al contrario, i social media sono stati utilizzati in maniera massiccia e con successo nel radunare volontari per ripulire le strade e nel coprire mediaticamente gli eventi, attraverso forme di citizen journalism, di data journalism, di maptivism, di curation. Come in altre occasioni queste forme di cittadinanza digitale partecipativa hanno documentato ampiamente anche ciò che per impossibilità i media mainstream non sono riusciti a fare, come nel caso dei video girati da Mike Jelves, sfuggiti anche alla BBC.

E’ proprio grazie a questa copertura che nel Regno Unito il dominio Twitter.com ha raggiunto il picco storico di visite, una ogni 170 sulla totalità dei siti esistenti. Per rendersene conto, era sufficiente ricercare gli hashtag #LondonRiots oppure #woolwich (dal nome di uno dei quartieri luogo di scontri) e osservare lo streaming scorrere a folle velocità.

Stavolta però la novità della copertura mediatica, come rilevato da Roberto Bonzio, rivela un comportamento nuovo che aggiunge sfaccettature ai precedenti modus operandi sui social media, in questo caso non utilizzati solo per documentare “agli altri” ma anche per documentare “a sé stessi“.

Un’altra errata interpretazione da parte dei media mainstream è l’attribuzione ai social media della funzione di innesco del cambiamento; semmai, i social media possono facilitare il cambiamento.

Poche similitudini con le rivolte della primavera araba, con popoli in mano alle dittature da anni o da decenni; se i disordini inglesi sono nati da eventi legati a motivazioni politiche e di giustizia, il successivo comportamento di massa si è rivelato di diversa natura e non spiega infatti la correlazione tra saccheggio e distruzione con la violazione dei diritti umani.

Non la spiegano – se non superficialmente – nemmeno i media che citavo sopra, concentrati sugli effetti ma evasivi sulle cause; non a caso critiche come questa sono state mosse per esempio su Twitter, da persone apparentemente di parte ma anche amplificate da soggetti estranei.

L’interesse per questi avvenimenti si è rivelato alto anche a livello mondiale, eccezion fatta per l’Italia dove i media erano catalizzati comprensibilmente dalle grandi difficoltà dei mercati finanziari, ma anche – come da tradizione, direi – dalle beghe politiche interne e dalle notizie calcistiche.

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2 comments

  • evilripper scrive:

    ottima analisi su che ruolo hanno avuto i social media nelle rivolte a londra. Credo anche io che twitter e simili siano stati più uno strumento di divulgazione di quello che stava succedendo e non di incitazione alla rivolta.

    • roberto scrive:

      Grazie :)
      Sono cose che si notano pesando l’entità dei vari fenomeni osservati, resistendo alla tentazione di confezionare informazioni massificate e a basso costo.
      Non è possibile evitare che ci sia chi ironizza su Twitter usando l’hashtag #londonriots; questo però non significa che tutti si comportino allo stesso modo.
      Amplificare meriti e demeriti di Twitter, Facebook, BlackBerry o dei social media in generale non aiuta i lettori a comprendere i contenuti e nemmeno le potenzialità dei canali di comunicazione digitali.
      Fa audience, ma non è informazione.


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