Arianna Huffington piazza lì un dato che da solo rende l’idea di cosa sia oggi l’Huffington Post.
Cento. Milioni. Di. Commenti.
Provate un attimo a pensare cosa significhi pubblicare qualcosa e vedere cento milioni di volte qualcuno che dedica parte del suo tempo per dirti cosa ne pensa: è un engagement mostruoso.
Rispetto a Mashable, io ho scelto di non utilizzare un titolo che enfatizza questo dato come un punto di arrivo, bensì come un punto di partenza.
Ok, è una cifra che solo a pensarci fa venire le vertigini e ti chiedi quale sia la ricetta magica per replicare cotanto successo in un altro contesto (il tuo, ovviamente), ma è proprio una volta raggiunta che cominciano i problemi maggiori.
Come si gestiscono 100 milioni di commenti?
Non è la stessa cosa che gestire il blogghettino o la paginetta su Facebook: qui occorrono i superpoteri, cioè persone estremamente appassionate, strumenti di filtraggio, un buon numero di risorse e un’organizzazione esemplare.
Arianna Huffington ci spiega come funziona la loro gestione.
Sinceramente, nel leggere che a tutto questo sono dedicate solo 30 persone sono rimasto piuttosto incredulo: parliamo sempre di oltre 5.800 commenti a testa moderati al giorno – mica cotiche – anche coadiuvando il monitoraggio manuale con i rilevamenti automatici.
In una realtà simile la tempistica di intervento dei moderatori è fondamentale, sia per mantenere fluide le discussioni e sia perché altrimenti i commenti tracimerebbero.
Una delle scelte che hanno stimolato maggiormente il livello di interazione dei lettori sembra che sia stata quella dei badge per premiare e identificare i commentatori, un po’ forumistica e poco originale, se vogliamo, ma efficace.
[EDIT 21 AGOSTO 2011]
A parziale spiegazione del quesito iniziale, segnalo un articolo che spiega come l’Huffington Post si avvantaggi dall’utilizzo di tool semantici nella moderazione on-line.



















