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La verifica delle fonti

25 Feb Posted by in Uncategorized | 2 comments

Uno degli aspetti più difficili e delicati nel fare informazione attraverso i social media è la verifica delle fonti.

La cura da dedicare a questa attività deve essere diretta espressione della sensibilità che noi abbiamo verso l’argomento che stiamo trattando. Per esempio, nel segnalare notizie dell’ultimo minuto relative alle rivolte in nord Africa, probabilmente io dedicherò un’attenzione ancora maggiore per evitare di fare disinformazione su un argomento che ritengo delicatissimo.

A cosa ci serve?

Per non creare danno a nessuno, per fornire un servizio migliore, per rafforzare la nostra autorevolezza come fonte di informazione e per rafforzare la nostra reputazione.

Una singola informazione verificata sortisce effetti positivi sia immediati che futuri: da un lato ne beneficia immediatamente chi ne viene a conoscenza e dall’altro ne beneficia la nostra autorevolezza.

Infatti, finché non raggiungiamo questo obiettivo, gran parte dei nostri sforzi è destinata a cadere nel vuoto: oltre a essere poco conveniente per noi, in futuro saremmo una fonte autorevole in meno su cui una community on-line potrà fare affidamento.

Quest’ultimo aspetto secondo me viene spesso trascurato ma è molto importante.

In che modo si può procedere?

Il metodo deve tenere conto di fattori come il tipo di contenuto, il numero di fonti disponibili, la velocità con la quale arrivano le informazioni (e con la quale, di conseguenza, diventano obsolete), la nostra rete di contatti digitali, la distanza geografica rispetto al luogo dove si svolgono i fatti, le conseguenze derivanti da un ritardo nel distribuire a nostra volta la notizia, le conseguenze derivanti dalla distribuzione di una notizia incorretta, la conoscenza diretta delle fonti, il nostro livello di conoscenza degli argomenti trattati, l’eterogeneità delle fonti.

Facciamo un esempio concreto: consideriamo come piattaforma Twitter e come argomento la rivolta in Libia, procedendo passo passo.

  • Cominciamo facendo una ricerca per chiave
  • Selezioniamo i contenuti migliori, eventualmente raffinando i criteri di ricerca
  • Identifichiamo le persone che li trattano più frequentemente o più a fondo
  • Selezioniamo le persone. Li conosco? Bene. Non li conosco? Verifico. Che mestiere fanno? Sono competenti? Dove si trovano in questo momento? Hanno degli interessi in quello che dicono?
  • In casi come questo, spesso gli account non hanno nome e url associati per timore di ritorsioni; questo rende più difficile la valutazione sull’attendibilità della fonte.
  • E’ una fonte affidabile?
  • I tweet contengono link che confermano le notizie?
  • Ci sono foto o video che documentano la notizia? Possono essere contraffatti? Sono inequivocabilmente riconducibili al contesto o possono riferirsi a un altro evento? Se possibile, incrociamo la notizia con fonti diverse.
  • La nostra rete di relazioni sui social network è in grado di fare questa verifica per noi?
  • Siamo venuti a conoscenza di informazioni che possono integrare o smentire notizie da noi date in precedenza? Non dobbiamo esitare a renderle pubbliche, il più presto possibile.

Per esempio, a un certo punto ha iniziato a circolare la segnalazione di un n. di telefono utilizzabile per connettersi a Internet sia dalla Libia che da qualsiasi altra nazione dove gli accessi sono bloccati: dopo qualche ricerca sono riuscito a risalire al fornitore di questo servizio.

Un altro esempio è quello delle controverse versioni sul numero di morti (10 mila secondo il canale Al Arabiya).

Circolano foto di persone trucidate, ma le identità sono sconosciute e non sono identificabili nè i luoghi nè il momento in cui sono state scattate. Cosa fare in casi come questo? Le scartiamo? Le prendiamo per oro colato? La scelta è difficile.

Se le confrontiamo con dichiarazioni e video disponibili in rete vediamo che effettivamente di persone trucidate ce ne sono state parecchie, molte con efferatezza e accanimento inimmaginabile.

E’ sufficiente questo per accreditarle? Due indizi costituiscono sempre una prova?

A volte anche le apparenze più lampanti nascondono verità diverse o addirittura mistificazioni, come nel caso del massacro di Timisoara.

E quindi?

Come dicevo prima, io cerco di valutare notizia per notizia se è di particolare rilevanza, se necessita di verifica da parte mia (o della mia rete di contatti), se posso permettermi il lusso di aspettare le verifiche e quanto, se posso permettermi un margine di imprecisione e quanto. E’ difficile e impegnativo: spesso queste decisioni si prendono in una frazione di secondo, lo stesso tempo che intercorre tra la visione di un tweet e il nostro tempo di reazione che ci porta semi-automaticamente a fare il retweet.

Per rendere l’idea, effettuando una ricerca su Google o la verifica del reindirizzamento di un url shortener, facilmente nel frattempo sono arrivati altri duecento tweets con lo stesso filtro.

Purtroppo nel caso della Libia il collegamento a Internet ha subito dei blocchi, ai giornalisti non è permesso entrare ed è difficilissimo (oltre che rischioso) farlo di nascosto. In questo caso le notizie vengono fornite direttamente dai cittadini testimoni oculari delle stesse. Anche se questo non è sufficiente per diffondere una notizia come “fatto avvenuto”, la si può etichettare come indicazione o come accusa.

Un altra via è quella di cercare le informazioni indirettamente, facendo “sponda” con nazioni confinanti i cui giornalisti hanno accesso (es. l’Egitto).

Oggi più che mai possiamo affermare che le fonti possono annidarsi ovunque e l’esempio di Wikileaks ha fatto scuola: per quanto vengano inibiti gli accessi a Internet e ai media tradizionali, per quanto vengano inibiti gli accessi ai reporter, per quanto vengano terrorizzati e minacciati i testimoni oculari, potrà esserci sempre una cellula ribelle che anonimamente documenta i fatti verso l’esterno.

In contrapposizione con le tradizionali forme comunicative top-down tipiche dei media mainstream, in casi come quelli di Egitto e Libia si sono rivelate vincenti le forme basate sulle reti collaborative dal basso, più difficili da controllare.

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