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Curatela di una rivoluzione

21 feb Posted by in Uncategorized | 1 comment

Ultimamente si sente parlare sempre più spesso di nuove forme di giornalismo e di content curation applicata ai social media.

Di cosa si tratta di preciso? In che cosa differisce questa tecnica rispetto alle altre?

Diciamo subito che di per sé il concetto non è di nuovo: semmai sono completamente nuovi gli strumenti utilizzati, la tipologia dei contenuti, i flussi di aggregazione e distribuzione, l’approccio collaborativo.

Praticamente è un termine vecchio che racchiude qualcosa di nuovo.

Ne parla Andy Carvin – un senior strategist con una lunghissima esperienza sui media digitali – in un’intervista rilasciata a The Atlantic.

Lui è stato finora una delle principali fonti di informazione del mondo occidentale sui fatti che avvenivano in Nord Africa e in Medio Oriente; recentemente si è distinto per aver fatto ininterrottamente la curatela delle proteste in Egitto, mettendo a frutto 7-8 anni di esperienza su live blogging e 4 su live twitting.

Quando durante le scorse settimane sono scoppiate le rivolte, Andy è partito avvantaggiato rispetto a molti altri giornalisti perché conosceva già i personaggi chiave di quella parte del mondo, grazie ad anni di frequentazione on-line di blogger nordafricani.
Spiega che per offrire copertura delle notizie locali di una parte del mondo lontana – come ha fatto lui – occorrono tre cose: qualità delle fontirapidità, e profondità.

A una persona che volesse intraprendere questa strada da zero, offre questi consigli:

  • inizia a seguire chi conosci bene
  • osserva chi conoscono, a chi fanno regolarmente dei reply e chi seguono a loro volta
  • verifica quanti followers hanno le persone seguite e da quanto tempo twittano
  • sviluppa una mappa della loro rete sociale
  • interagisci con loro

Nel caso delle proteste egiziane, Andy volutamente ha mantenuto questa mappatura esclusivamente nella propria testa per evitare che possano perseguire queste persone, come ha già fatto il governo iraniano.

Un altro consiglio che dà è quello di individuare i potenziali influencers: se riesci a conoscere a fondo le persone, puoi scoprire per esempio che queste su Twitter o Facebook sono attive in vari altri modi o che hanno contatti importanti.

Nel caso dell’Egitto ha fatto l’esempio di un attivista blogger con un padre che si occupa di diritti umani in un centro legale, oppure di un altro blogger che si è rivelato essere un ex dirigente di Google.

Ovviamente, quanto più è grande e complesso il flusso di informazioni da seguire on-line e più occorrono strumenti adeguati: Andy dice di usare Tweetdeck (scelta che condivido in pieno) perché così può visualizzare contemporaneamente una colonna per ogni fonte (liste di Twitter, hashtag, singoli account, ecc.).
Prosegue poi con una affermazione che secondo me è molto importante:
Se in questo momento io mi trovassi in Tahrir Square, per me sarebbe molto più difficile concentrarmi sulla curation, con tutti quegli avvenimenti intorno a me.
I giornalisti che si trovano fisicamente in Egitto si stanno concentrando sull’audio, mentre io sono seduto qui a Washington D.C. che cerco di creare una narrazione in tempo reale di quello che sta succedendo, direttamente dalla bocca delle persone coinvolte nella rivolta.

Un altro passaggio importante (anche questo assolutamente condivisibile) è quello in cui parla di “audience attiva“:

In molti casi i miei contatti mi assistono attivamente, traducendo il contenuto dall’arabo, rintracciando i documenti o i video per me, aiutandomi a verificare i rumours; alcuni di loro sono diventati parte del mio processo curatela. Non me la sento di chiamare questa “audience” perché sarebbe molto limitativo per loro.

Fino a oggi Andy ha condiviso ben 45 mila tweets e ha raggiunto quota 24 mila followers: ai primi di febbraio erano “appena” 16 mila, mentre gli altri hanno cominciato a seguirlo nelle ultime settimane perché hanno visto che era una fonte importante, veloce e attendibile sugli argomenti che trattava.

Per raccontare la rivolta in Tunisia, nelle settimane passate ha utilizzato Storify, uno strumento che può essere considerato più o meno statico a seconda dei punti di vista. Con l’Egitto ha provato a usare lo stesso strumento per fare storytelling in real-time, ma i tweet con le informazioni correvano talmente veloci che alla fine ha deciso di rimanere su Twitter.

Un’altra difficoltà che ha incontrato nel fare narrazione in tempo reale è stata quella di riuscire a mantenere  la classica struttura del racconto con inizio, svolgimento e fine.
Diciamo che non è impossibile, ma dipende dai casi: se il numero e la velocità di pubblicazione dei contenuti sono elevati, evidentemente non è una strada percorribile.

Con Ning invece in passato è riuscito a fare real-time curation però l’argomento era diverso, anche se riguardava ugualmente un’emergenza (cioè un uragano).

L’ultima riflessione è per spiegare in che modo questo approccio può essere utile a chi lo utilizza:

Il lavoro di un giornalista è quello di catturare gli elementi più importanti per raccontare una storia, poi proseguire a raccontare. Ho iniziato a curare sia la Tunisia che l’Egitto solo perché lo desideravo, non per lavoro: questo mi sta aiutando a comprendere come i social media hanno impatto sui cambiamenti sociali.
Se volete seguire Andy, questo è il suo account Twitter.

 

[EDIT, 10 MARZO 2011]  Anche il Washington Post ha intervistato Andy, che parla della nascita della sua passione per la tweet curation, di come si è evoluta nel corso degli ultimi mesi, degli errori da evitare, dei consigli per chi vuole intraprendere la stessa strada e dei consigli invece per i media tradizionali.
Merita assolutamente la lettura.

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