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La fine del real-time web

21 Gen Posted by in Uncategorized | Comments

Il real-time web ha modificato il modo con cui consumiamo le informazioni attraverso la rete.

L’esempio evidente ai più è quello della barra di ricerca di Google, che dallo scorso settembre utilizza una ricerca dinamica in real-time. Per ogni carattere che inseriamo nella stringa di ricerca vengono suggerite le stringhe di ricerca più utilizzate per quell’argomento e contemporaneamente al di sotto vengono visualizzati i risultati relativi a quella chiave.

A questo esempio se ne aggiungono molti altri, che riguardano in misura diversa ognuno di noi.

Il settore che più ha risentito di questo cambiamento è quello dei media, il quale tuttora si interroga sulle nuove possibili forme di giornalismo.

Più in generale, possiamo quindi vedere il real-time web come un insieme di tecnologie e di pratiche che consentono a ogni persona di ricevere un contenuto appena questo viene pubblicato dai suoi autori.

La spinta decisiva verso questo cambiamento venne intorno alla primavera del 2009 dai social media, quando il numero di utenti dei social network, il tempo speso e, soprattutto, il particolare tipo di interazione molti-a-molti, divennero tali da rendere snervanti anche le attese di pochi secondi.

Nello stesso periodo alcune startup visionarie cominciarono a offrire servizi che si basavano su architetture che, attraverso protocolli evoluti, aggiornavano le informazioni sui client sfruttando la modalità push.

Una delle primissime a introdurre un cambiamento sostanziale fu Friendfeed: da quel momento si cominciò a parlare non più di informazioni in real-time ma di conversazioni in real-time.

Nel corso dell’estate successiva altre startup resero disponibili servizi basati su protocolli push: molti di questi erano servizi di social media monitoring o che attingevano alle API di servizi di blogging e microblogging per ridistribuirne i contenuti. Questi spesso provenivano da Twitter, che già nel corso dell’aprile di quell’anno aveva introdotto la ricerca in tempo reale.

Era un periodo in cui il real-time web veniva descritto da tutti come il futuro delle conversazioni on-line, tant’è che l’ottobre successivo Bing e Google decisero di includere anche i tweet tra i risultati delle loro ricerche.

Lo stesso fece anche Collecta, una promettente startup che offriva un servizio di ricerca sociale sulle informazioni disponibili in rete.

Questa e altre startup cominciarono quindi a sperimentare vari modelli di business per i due anni successivi.

Uno di questi modelli era quello proposto da OneRiot, che ai contenuti distribuiti in real-time associava contenuti pubblicitari pertinenti; in questo modo veniva sfruttato meglio il tempo di esposizione in rete di uno specifico topic.

Ovviamente non potevano rimanere fuori dai giochi i giganti: a febbraio del 2010 Google acquista il social search engine Aardvark, anche se al momento non sembrano essere stati partoriti ancora progetti da questa acquisizione.

Nel corso dell’aprile 2010 Facebook – che nel frattempo aveva acquisito team e tecnologia di Friendfeed – sceglie una strategia diversa, sfruttando l’enorme capitale di relazioni sociali della sua piattaforma e lanciando servizi coi quali portare avanti un proprio social search engine: questa non è quindi una vera ricerca in real-time e i contenuti non finiscono sui motori di ricerca.

Ad agosto del 2010 la febbre da iPad ha colpito tutto il mondo; occorrono quindi tecnologie per raccogliere e distribuire i contenuti anche su questa piattaforma.

In questo contesto, Flipboard pensa di acquisire Ellerdale (un servizio che raccoglie e distribuisce notizie rilevanti in real-time) per completare la propria offerta, visto che già include i contenuti condivisi dalla rete sociale di ogni utente.

Dopo due anni di sperimentazioni, le cose non sono però andate come sperato da chi ha creduto in questi progetti.

Lo scorso novembre OneRiot ha ridefinito il proprio business, ai primi di gennaio 2011 chiude l’ottimo Cliqset e ora leggo della rifocalizzazione dell’offerta di Collecta, che chiude definitivamente l’accesso alle proprie API.

A resistere ancora rimane Topsy, che raccoglie parte delle risorse di Collecta; per dare un’idea dello sforzo che deve sopportare, basti pensare che serve mezzo miliardo di query al mese sui dati provenienti da Twitter, per lo più attraverso le sue API, addirittura molto più di Twitter stesso.

Il motivo di questo fallimento collettivo è probabilmente legato alla limitata integrazione delle informazioni estratte con le reti sociali di ogni utente e alla mancata evoluzione verso forme che, attraverso opere di mashup, potevano integrarle col territorio.

Twitter in una certa misura possiede entrambe: l’ecosistema di relazioni e la geolocalizzazione.

Il real-time web sta quindi evolvendo da abilitatore di contenuti ad abilitatore di persone e, in misura minore ma crescente, di territori.

Il risultato di questa trasformazione lo troviamo nel livello di importanza raggiunto dai social search engine o motori di ricerca sociali.

Un motore di ricerca sociale è l’evoluzione di un motore di ricerca tradizionale, al cui algoritmo aggiunge il filtraggio effettuato dal proprio grafico sociale, producendo risultati personalizzati e molto pertinenti.

I potenziali svantaggi per la ricerca sociale risiedono nella struttura aperta. Poiché si tratta di reti basate sulla fiducia, un uso improprio in questo contesto (per esempio sull’uso dei tag) può portare a risultati di ricerca imprecisi.

Le caratteristiche di un social search engine sono:

  • la possibilità di fare domande in linguaggio naturale anziché attraverso parole chiave
  • la generazione on-demand del contenuto, pubblicando l’enorme quantità di informazioni esistente soltanto nella testa della gente (è il caso di Quora, i cui fondatori stimano che questa percentuale sia intorno al 90%)
  • l’alimentazione del sistema attraverso la buona volontà dei suoi utenti

I vantaggi sono il ridotto livello di spam, la maggiore rilevanza, la maggiore pertinenza, la maggiore freschezza delle informazioni e la certificazione dei contenuti attraverso una rete di persone di fiducia.

“If the news is that important, it will find me”

Se la notizia e’ importante, sarà lei a trovarmi“, diceva un ragazzo tre anni fa.

Oggi sono cambiati i tempi, i canali e le modalità di interazione, però l’effetto è lo stesso.

Per questo post ho usato intenzionalmente un titolo provocatorio: in realtà è morto solo un certo modo di intendere il real-time web.

Il real-time web oggi attraversa la raccolta delle informazioni, il filtraggio collaborativo e la ricondivisione: è più giusto quindi parlare di “insieme di pratiche collaborative per la condivisione di informazioni in tempo reale attraverso tecnologie abilitanti“.

Da qui l’importanza di riuscire a costruirci addosso una rete di relazioni di qualità, prima ancora che quantitativamente rilevante.

Tra i probabili futuri sviluppi ci sono quelli – utili e interessanti – legati al web semantico e alle interazioni tra persone e territori. In ambito B2C potremo vedere più frequentemente brand e imprese interagire coi propri clienti. In ambito giornalistico i contenuti saranno sempre più “confezionati” e condivisi in real-time attraverso logiche di collective content curation.

 


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