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Precariato e giornalismo dopo Paola Caruso

16 Nov Posted by in Uncategorized | 14 comments

Quello che è successo tra sabato e oggi ha dell’incredibile.

Comunque vada, in questo momento Paola ha già vinto la sua battaglia.

Ci sperava lei e ci speravano tutte le persone che l’hanno sostenuta, anche se credo che nessuno poteva immaginare un risultato così eclatante.

Non è la prima volta che qualcuno sceglie una forma di protesta così estrema; è l’ultimo di tanti casi di lavoratori portati all’esasperazione da un sistema che evidenzia tutti i suoi limiti.

La storia di Paola però ha qualcosa di straordinario.

Non è normale che venga convocato un CDR straordinario nel bel mezzo della domenica e che venga prodotta una presa di posizione di un certo tipo nei confronti della direzione del giornale.

Non è normale che il direttore del principale quotidiano italiano dedichi tutta questa attenzione a un lavoratore precario.

Non è normale che questa notizia venga riportata dall’Ansa.

Non è normale che l’Ordine nazionale dei giornalisti prenda posizione parlando di “nuove forme di schiavitù“.

Non è normale vedere che una storia simile diventi oggetto di discussione al Senato, come risulta da questa dichiarazione:

La Commissione per il Lavoro autonomo della Fnsi, che si riunirà giovedì prossimo 18 novembre, affronterà il caso di Paola Caruso per elaborare un documento da sottoporre all’Assemblea dei lavoratori autonomi, convocata per il giorno successivo. La collega Caruso sarà inoltre uno dei nomi che la Fnsi indicherà per l’indagine sulle condizioni dei giornalisti freelance, in svolgimento al Senato su iniziativa bipartisan dei senatori Maurizio Castro (Pdl) e Giorgio Roilo (Pd)”.

Non è normale che finisca su Unita.it, su Affaritaliani.it e su Il Fatto Quotidiano, anche se altre testate sono colpevolmente assenti nel fornire informazioni a riguardo.

Non è normale che la scrittrice a cui è recentemente stato assegnato il Premio Campiello 2010 prenda una posizione a sostegno della battaglia di Paola.

Non è normale che in poche ore faccia il giro della penisola.

Come non è normale che ne parlino Agi, ilpost.it, svariate associazioni di categoria e che Macchianera reindirizzi per un weekend il suo traffico verso il Tumblr di Paola.

Non è normale. E’ straordinario.

Non c’è niente di normale in tutto questo.

Così come non è normale – e nemmeno giusto – che in Italia esista un grave problema (uno dei tanti) del quale non si sta occupando nessuno.

L’unica cosa “normale” è una situazione a cui purtroppo ci siamo ormai abituati tutti.

Tra le prime frasi che sono circolate in rete ho colto queste:

“di questa emergenza non si sta occupando nessuno”

“la dignità non è un capriccio”

“il punto è che il precariato è una piaga sociale”

Paola ha scelto il modo più coraggioso – forse anche avventato, sicuramente preoccupante, che non condivido ma rispetto profondamente per la dignità con la quale lo porta avanti – per sottoporre un problema all’attenzione generale, pur consapevole di quello a cui andava incontro.

La gocciolina che ha fatto traboccare il vaso le ha fatto capire che era arrivato finalmente il momento di fare qualcosa.

Non cerca un reintegro. Si pone semplicemente una domanda.

“Perché?”

Perché siamo arrivati a questo punto? Cosa c’è che non funziona? Cosa si può fare affinché le cose funzionino meglio, per tutti?

Una, cento, centomila Paola Caruso

Quando ci si muove su questi terreni occorre andare molto, molto cauti. Come ho detto personalmente a Paola, pur comprendendo le ragioni che l’hanno portata a fare certe scelte, penso che non sia la forma migliore di protesta, né in questo né in altri casi, tanto per mettere le mani avanti e sconsigliare futuri tentativi di emulazione.

La sua storia è comune a quella di tanti precari, giovani e meno giovani.

Secondo Daniela Stigliano – Vicesegretario nazionale e presidente della Commissione lavoro autonomo Fnsi, soltanto tra i giornalisti si parla di 24 mila freelance contro 20 mila contrattualizzati.

Poi ci sono tutte le altre categorie.

Dal suo Tumblr, Paola chiarisce la sua posizione:

“non voglio mettere in difficolta’ la mia azienda ma solo sollevare il problema dei precari”.

Questa è una società che nessuno di noi desidera (almeno, me lo auguro).

Questa è una società che non si limita ad annullare una intera di generazione carica di speranze e di voglia di offrire il proprio contributo, ma pone anche le basi per penalizzare pesantemente e irreparabilmente la successiva.

Questa è una società che non ha spazio né tempo per crescere, ma neanche per sopravvivere.

Gilioli su L’Espresso dice:

“certo non mi pare un gran bel segnale: né per il giornalismo, né per l’Italia.”

Mi ha colpito l’autocritica di Semerssuaq, profondo spunto di riflessione per tutti, precari e non:

Se Paola è arrivata a questo punto la colpa è anche mia, la colpa è nostra. La colpa è di quelli che lasciano passare queste storie, anche le proprie, in sordina.

Tra i tanti paradossi della triste vicenda di Paola c’è quello colto da Saverio Paffumi – Responsabile della Commissione Lavoro Autonomo dell’ALG (Associazione Lombarda dei Giornalisti):

“Paola Caruso è riuscita in ciò che lo stesso sindacato fatica a realizzare: porre in primo piano, o almeno in agenda, la questione del precariato nel confronto permanente con gli editori.”

Sulle difficoltà nel comprendere il grosso problema di fondo che sta dietro alla scelta di paola, Giuliana si esprime così:

“Una cosa è dire che non tutti devono fare i giornalisti perché non tutti sono in grado, e un’altra è dire che chi la giornalista la fa da 7 anni per una delle maggiori testate nazionali deve stare zitta perché altri pagherebbero per essere al suo posto. Ed è assurdo che sia io, non giornalista, a percepire meglio di alcuni giornalisti la pericolosità di questo discorso. Veramente assurdo.”
Per non farsi mancare niente, la blogosfera e la twittersfera hanno pensato di diffondere questa vicenda in modo che sia assimilabile anche al di fuori dai confini nazionali, attraverso blog, attraverso il microblogging e contattando redazioni di testate internazionali.

Ital. Journalistin dokumentiert ihren Hungerstreik aus Protest gegen 7 Jahre leerer Jobversprechungen http://paolacars.tumblr.com/less than a minute ago via Seesmic twhirl

In ogni caso, viene da chiedersi come sia possibile che un blog – quello di Paola – possa passare da un nome come “Ma il cielo è sempre più blu” al “Diario di uno sciopero” che oggi campeggia lassù in alto.

Paola è tenace, ascolta i tanti amici che la sostengono ma non demorde, anche se le forze scemano ora dopo ora.

Questo è il video che Paola ha pubblicato questa mattina su YouTube, nel quale sintetizza molto efficacemente la sua posizione e il suo obiettivo.

L’importanza di ciò che sta avvenendo in queste ore – ormai gli aggiornamenti vengono scanditi dal trascorrere dei minuti e dei secondi – non è confinata a un singolo avvenimento ma avrà inevitabili conseguenze in futuro.

In sostanza, si è creato un precedente e ormai non si torna più indietro.

Perché da domani, magari in pochi casi, ci si porrà una questione morale prima di compiere delle scelte.

Ci si chiederà che situazione c’è dietro la singola persona, se è un caso isolato o se c’è un problema più a monte.

Si penserà a quali potranno essere le conseguenze impreviste delle proprie scelte: questo vale sia per le aziende che per le persone che penseranno di agire spinti da spirito di emulazione.

Già dai prossimi giorni il problema del precariato di una intera categoria verrà discusso in Parlamento.

Non possiamo sapere a cosa porterà quell’incontro, però sarà un messaggio molto forte, certamente il primo di altri simili che seguiranno, perché l’Italia è piena di precari di ogni categoria.

Una Repubblica fondata sul precariato, recitava una nota canzone; questa però è anche una Repubblica di leggi inadeguate o inapplicate, di interpretazioni creative dei contratti di lavoro e di situazioni difficili nelle quali è difficile dire no.

Non sarà più come prima?

Una delle lezioni che si possono e devono imparare da questa vicenda è che in rete non sei solo. Altri combattono le battaglie con te, per te e contro te. I rapporti di forza di ribaltano.

Paola ha scelto di portare avanti questa battaglia da sola, ma in realtà sola non lo è mai stata, sia moralmente che materialmente.

Per chi frequenta la rete non è una novità: negli ultimi anni abbiamo avuto più di un caso in cui si sono mobilitate tante persone per una causa comune mentre dall’altra parte c’era il gigante di turno.

Questa volta però c’è qualcosa di più grande, decine di migliaia di persone con lo stesso problema, un problema sentito. Non a caso l’eco generato è stato ben maggiore.

Altra non-novità rivelata è quella della conversazione che si sviluppa spontaneamente e in modo incontrollabile attraverso la rete, per poi uscirne e raggiungere altre persone. In questa occasione, però, l’asticella era stata alzata di qualche tacca.

Senza un punto centrale di coordinamento della comunicazione (e senza che se ne sentisse la mancanza), si sono sviluppare da subito discussioni, idee e proposte, come “compriamo un pagina del corriere”, “facciamo un video virale”, “mettiamo tutti un unico avatar su FB”, “scegliamo una tag comune”, “creiamo un wiki per raccogliere i link ai post che ne parlano” e tanti altri.

Giusto domenica, quando la debolezza fisica cominciava a fare effetto su Paola, insieme a Elena e Alberto si è messo in piedi qualcosa che potremmo chiamare Co.Co.Ca (Coordinamento Comunicazione Caruso), per sgravarla un attimino.

Tra telefonate, email, post, commenti, messaggi privati, sottoscrizioni e monitoraggio del buzz in rete c’era il delirio; in quei momenti ho avuto la sensazione di trovarmi in un ufficio stampa, con l’handicap di non dovermi assolutamente farmi coinvolgere emotivamente.

In una situazione del genere, noi osservavamo – a dir poco incuriositi – come De Bortoli parlasse a Paola attraverso un comunicato Ansa e subito dopo lei replicasse attraverso Tumblr.

Il re è veramente nudo?

Sembrerebbe proprio di si e io me lo immagino con un foglio di giornale al posto della foglia di fico, visto che ora è lampante che i problemi non riguardano solo le vendite e la raccolta pubblicitaria.

Esiste un problema comunicativo per chi si occupa di comunicazione.

Comunicativo, culturale e organizzativo.

Due forme di comunicazione contrapposte: una innovativa e una più tradizionale, una ultraveloce e una lenta, una formale e l’altra spontanea, una diretta e una indiretta, una dall’alto e una dal basso, una one-to-many e l’altra many-to-many.

Potrei andare avanti ancora, ma credo che il concetto sia più che chiaro.

Scendendo in dettaglio, non meno singolare è il fatto che Paola in precedenza abbia inviato alcune email al suo direttore per informarlo ma che queste siano rimaste non lette (come fatto intendere da De Bortoli stesso quando – interpellato dall’Ansa – afferma di essere all’oscuro di tutto), probabilmente sepolte tra le tante che certamente riceverà quotidianamente.

Ho raccolto versioni contrastanti riguardo la diffusione raggiunta all’interno del Corriere su questa vicenda: secondo alcune tutti ne erano al corrente, mentre secondo altre c’erano molte persone che ignoravano completamente l’accaduto e persino chi fosse Paola.

Per dovere di cronaca, riporto che Paola ha realizzato circa 400 pezzi per il Corriere il questi sette anni.

Come riportato da altre persone, dipendenti e collaboratori, che lavorano per la stessa testata, in molti sono rimasti all’oscuro di questa vicenda durante le prime 48 ore, fino a quando è scoppiato il bubbone e non era più possibile ignorarlo.

Anche questo è un paradosso, in una società iperconnessa e iperrelazionata, che comunica in tempo reale ovunque e con chiunque, attraverso una moltitudine di canali.

A maggior ragione se riguarda dei media nazionali.

Questo però non riguarda soltanto il Corriere perché anche molte testate e altri editori avevano appena percepito un lontano rumore di fondo, ma non l’entità e l’eccezionalità di ciò che stava e sta tuttora avvenendo.

E quindi?

Contratti e leggi migliori probabilmente non saranno sufficienti per soddisfare le aspettative da una parte e dall’altra.

Come dicevo poc’anzi, esiste un grosso problema organizzativo, ma quasi nessuno è ancora riuscito a capire come risolverlo.

Esternalizzazioni, cessioni di rami d’azienda, prepensionamenti, casse integrazioni, stati di crisi, tagli dei costi, strutture sovradimensionate ed ereditate dai periodi d’oro sono comuni al 99% degli editori italiani – l’elenco è lungo.

Dal momento che le risorse sono limitate e – al momento – insufficienti, è indispensabile trovare al più presto nuove forme di raccolta e distribuzione delle informazioni.

Dall’altra parte dell’oceano esistono diversi casi di raccolta e distribuzione delle informazioni provenienti dal basso.

Per esempio esistono network di urban blogger e citizen journalist che raccolgono informazioni dal territorio e per il territorio in cui si trovano.

Figure che possiamo definire di curatori delle informazioni raccolgono, aggregano, arricchiscono e confezionano queste notizie che, se di una certa rilevanza, possono anche finire su network nazionali.

Ovviamente in questo nuovo tipo di filiera dell’informazione c’è spazio per tutti sia per fornire i contributi che per venirne remunerati a seconda delle capacità.

Il discorso in realtà è molto più complesso e vasto, quindi preferisco riprenderlo in un post successivo.

Posso anticipare però che è uno dei punti di cui si è discusso all’incontro svoltosi sabato scorso a Roma.

Un’altra delle cose di cui si è discusso è l’opportunità o meno di introdurre anche qui in Italia di una forma associativa – al momento inesistente – sul modello della Online News Association, alla quale possano aderire giornalisti che lavorano per testate registrate, giornalisti indipendenti e blogger.

L’idea lanciata da Mario Tedeschini e dagli altri organizzatori è molto interessante e a breve avrà nuovi sviluppi, anche in virtù del sostegno che le daremo noi tutti.

Suggerisco a chi è interessato di rimanere sintonizzato.

 

14 comments

  • Napolux ha detto:

    Questo è il lunghissimo post di cui parlavi oggi a pranzo? 🙂

    Adesso commento ad minchiam, poi dopo la lettura scrivo qualcosa di sensato 🙂

  • Napolux ha detto:

    Ecco il commento serio. Vero il fatto che ci sarà un “prima di Paola” e un “dopo Paola”. Dal mio punto di vista credo che ora, dopo il clamore iniziale e il moto dell’internet italiano si debba pensare al futuro (che al momento ahimè non vedo proprio roseo) e soprattutto alla salute di Paola.

    Non credo debba calare il sipario sulla sua vicenda, ma è ora di voltare pagina e pensare: “ok, ho smosso qualcosa, adesso?”

  • […] This post was mentioned on Twitter by Marco Trotta, Luca Perugini. Luca Perugini said: RT @catepol Precariato e giornalismo dopo Paola Paruso http://bit.ly/94p9Vf […]

  • paola ha detto:

    magari azzeccare il nome di Paola aiuterebbe.
    e poi, francamente, paragonarlo il caso di Barbara mi sembra decisamente azzardato e sicuramente fuori luogo.

    • roberto ha detto:

      Se ti riferisci al link, purtroppo quando ho premuto invio ero in condizioni di collegamento non ottimale.
      Tu sai meglio di me che rettificare un link dopo qualche minuto, quando me ne sono accorto, è peggio perché è già stato linkato, retwittato, ecc., a meno di intervenire su htaccess con redirect etc etc.
      Di sicuro non è capitato per sciatteria ortografica, te lo posso assicurare, anche perché Paola è più di un’amica e io sono tra quelli che ha fatto la staffetta a casa sua, a differenza di altri.
      Su Barbara sono d’accordo con quello che dici: a suo tempo l’abbiamo sostenuta in tanti e alla fine – grazie a Dio – a qualcosa è servito.
      I contenuti invece sono completamente diversi, come dicevo ieri a Pranzo a Napolux, Del Bono e il Giornalaio.

    • roberto ha detto:

      Ho provato a rettificare almeno il titolo così come esposto.
      Non me ne intendo di SEO ma credo che almeno quello non debba incidere.
      Cmq grazie

  • Il fatto che ci sia stato più seguito per questa storia che per quella di Barbara e suo figlio, ecco, la dice lunga sul mondo e su quanti nasi oggi vorrei rompere. La gente usa la parola “eroina” a sproposito. Ridimensionatevi cazzo. Paola può trovare un altro posto di lavoro, può andare all’estero, può vivere una vita felice e piena. L’altro esserino a cui viene paragonata non ha tutta questa scelta. Magari potevi evitare di tirarlo in ballo. Così, tanto per dimostrare che almeno tu una connessione con la realtà ce l’hai.

    • roberto ha detto:

      Veronica, noi del solito giro ci siamo mobilitati, chi più e chi meno, non solo in queste occasioni ma anche in altre.
      Hai ragione, ma non so darmi una spiegazione su come mai ci sia stata più eco stavolta.
      Penso che dipenda molto dai numeri: una volta sui socialcosi (FB, twitter, FF) c’erano quattro gatti, ora non più

  • Roberto, la mobilitazione per Barbara non è servita a NIENTE. Direi che hai decisamente smesso di leggerla, se non sei al corrente di quello che sta succedendo proprio adesso. Questo è il periodo della lotta contro ai mulini a vento, della lamentela verso il sistema, del pianto infantile verso cose che anche noi abbiamo contribuito a creare. Fossi in te cancellerei quella parte del post, è quantomeno un consiglio.

  • Grazie, lo apprezzo molto. La prossima volta prima di paragonare le storie, almeno documentati.

  • Barbara ha detto:

    Ciao Roberto, se posso dire la mia, le mobilitazioni via internet servono tantissimo. A farti sentire la forza iniziale, il trasporto con cui la massa dei tuoi sostenitori si adopera per far rimbombare l’eco della tua voce. Ma dopo, poco dopo, finita la bufera, sai a che serve? Solo ed unicamente a farti sentire la tua solitudine infinita, la tua piccolezza di fronte ad un mondo che comunque dimentica tanto in fretta quanto in fretta si scalda per seguire l’onda. Ecco a che serve. E sfruttare questo momento non servirà a Paola. Servirà mantenere costante l’attenzione, cosa estremamente difficile.
    Io sono in piena battaglia, ora. E la mia guerra la conduco da sola. Perchè nei momenti di crisi, ci sono solo io, con me stessa, i buoni pensieri, la disperazione e insieme alla stessa la speranza. Quella sì, mi è rimasta.

    Detto questo, se ti è arrivata la richiesta di rettifica è perchè stamattina ho visto il link e ti ho citato nel mio feed. Nulla di che. Mi sono astenuta dal commentare, ma ora l’ho fatto. Scuse arrivate anche tramite vie traverse, ma davvero, non preoccuparti, non erano necessarie.

    • roberto ha detto:

      Dovere, Barbara, ci mancherebbe altro.
      Purtroppo è verissimo quello che dici, specie che non bisogna fare calare l’attenzione.
      E’ difficilissimo, specie in questo paese dove si dà esageratamente risalto ad aspetti di malcostume della politica ma si glissa sulle cose veramente importanti, facendoti girare ancora di più le scatole.
      I canali di informazione mainstream evitano sapientemente gli argomenti scomodi o che non fanno notizia (ne so qualcosa personalmente).
      Spesso però la colpa è anche di noi blogger, che passiamo con nonchalance dallo stracciarci le vesti alla recensione del telefonino; è giusto fare anche dell’autocritica.
      Grazie 1000 per il tuo interessante e prezioso contributo.


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