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Wikileaks e la guerra su Internet

25 ott Posted by in Uncategorized | 3 comments

Come annunciato nei giorni scorsi, Wikileaks ha pubblicato 400 mila nuovi documenti sulla guerra in Iraq.
Di questi ne ha fornito in anteprima una copia a New York Times, Guardian, Der Spiegel, CNN, BBC, Le Monde, Al Jazeera, Chan4, SVT, TBIJ e IBC, cioè le tre testate alle quali tre mesi fa aveva consegnato il precedente rapporto contenente 92 mila documenti sulla guerra in Afghanistan, più altre per massimizzare l’impatto dell’annuncio (in realtà, Al Jazeera ha rotto l’embargo con un anticipo di 30 minuti sugli altri canali prescelti).

Per l’occasione ha anche messo a disposizione un motore di ricerca per trovare facilmente i contenuti di interesse tra quelli resi disponibili sull’Iraq, visto che si tratta di ben 391.831 documenti, più un motore analogo per le ricerche sui documenti afghani (per la precisione, solo 76911 dei 92 mila).

Possiamo per esempio impostare dei filtri sul numero e sulla tipologia delle vittime a cui fa riferimento un singolo documento, piuttosto che ricercare per categoria (es. “kidnapping“, “deliberate attack” o “assassination threat”).

Mi rendo conto che sia molto crudo parlare in questi termini, parlando di vite umane come se fossero le statistiche di accesso di un sito web; per quel che mi riguarda cerco di limitarmi a raccontare ciò che leggo.

Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti nonché a dare la caccia a quel Julian Assange che si definisce “editor in chief” di Wikileaks.

Trattasi di battaglia etica, dove ad essere conteso è il controllo completo sull’informazione; non è quindi quel genere di battaglie che spesso in passato hanno visto l’esercito più forte del mondo uscire vittorioso.

Per dirla come Nadim Kobeissi, giornalista di “The link newspaper“:

questo è un tipo di battaglia che nessuna nazione ha mai combattuto né immaginato, contro una nazione che non ha patria e contro un popolo senza identità.

Gli Stati Uniti d’America (o, meglio, certi uffici governativi) in questo momento hanno paura perché si sentono minacciati e perché non sono ancora abituati a ragionare come il popolo di Internet e a convivere con la libera circolazione della conoscenza.

Meglio quindi lanciare accuse nei confronti di Wikileaks di spionaggio e contraffazione, come pare stia avvenendo?

E’ per questo motivo che i membri di Wikileaks sono costretti a celarsi dietro l’anonimato, scatenando numerose perplessità sull’etica di questa scelta: perché senza anonimato non potrebbe esistere nessuna forma di giornalismo come Wikileaks.
I server di Wikileaks periodicamente vengono presi d’assalto, come riferisce questo tweet.
Per innalzare il livello di sicurezza sui contenuti, Wikileaks effettua periodicamente un salvataggio dei dati e lo pubblica come assicurazione personale sui canali Torrent.

 

WikiLeaks communications infrastructure is currently under attack. Project BO move to coms channel S. Activate Reston5.less than a minute ago via web

 

 

Tra i documenti diffusi ci sono pietre un po’ per tutte le forze intervenute e anche per l’Italia, come riportato anche dall’Espresso l’altra settimana a seguito del contatto diretto con il misterioso Assange.

Anche il presidente iracheno uscente Nouri al-Maliki ha protestato per la pubblicazione di questi documenti: pare però, secondo gli stessi documenti, che anche le forze di occupazione irachene abbiano compiuto gravi violazioni dei diritti umani dal 2003 a oggi.

Come acutamente osserva Der Spiegel,

l’eccezionalità di questi documenti è amplificata dal fatto che i rapporti che descrivono le brutalità e le violazioni dei diritti umani subite dal popolo iracheno non sono stati stesi dai media dell’opposizione bensì dagli stessi americani e dai loro alleati, gli stessi che hanno spodestato Saddam.

Una volta venuto in possesso di questi contenuti, il Guardian ha realizzato un mashup di notevole impatto sul quale ha mappato tutti i morti in Iraq, usando le Fusion Tables di Google e Google Maps.

La stessa tecnica è stata usata anche da un sito danese che ha realizzato una mappa interattiva di tutti log iracheni.

Anche quest’altra mappa invece segnala i vari log, ma in questo caso come tool di visualizzazione è stato usato Maptimize.

La mappa migliore però secondo me l’ha realizzata Der Spiegel.

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3 comments

  • Mario Gastaldi scrive:

    Ciao Roberto,
    contento di aver passato tempo insieme l’altro giorno.

    Racconti i tempi che viviamo e certi potenti stimoli alla riflessione che si stanno presentando forti, forti.

    Ci stiamo abituando tutti al fatto che le voci corrono …

    • roberto scrive:

      Piacere mio!
      Lo storytelling è uno dei tanti metodi per fare circolare le informazioni: un altro è il data journalism e un altro ancora è il knowledge management all’interno delle imprese.
      Come vedi, c’è un filo conduttore in tutto questo.

  • [...] in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco: Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una [...]


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